Il Capitano Moro

Il Capitano Moro

di Eliana e Nemo Canetta

Questa volta vogliamo narrare una storia (vera) che risale al Risorgimento e che riteniamo meritevole di essere conosciuta. Anche perché si collega a dispute, spesso roventi, dei giorni nostri.  Oggi tutti parlano (in termini orrifici) di “razzismo” e la parola è divenuta oggetto di polemica politica. Apostrofare qualcuno come “razzista” è uno degli epiteti peggiori che si possano gettare in faccia ad un avversario. Tutti, se vogliamo parlar male di qualche straniero, premettiamo “… io non sono un razzista, ma …”.
A nostro modesto parere tutto ciò non è un bene, poiché quando un termine assume connotati di lotta ideologica si finisce per stravolgerne il significato e si perdono di vista i (veri) problemi legati al vocabolo ed alle idee connesse. Sta di fatto che dall’Illuminismo in poi, sino alla seconda metà del XX secolo, si è discusso (pure a livello scientifico) se ed in quale misura le razze umane possedessero caratteristiche diverse tra di loro; il che naturalmente non significava automaticamente (almeno non per tutti) che gli uomini – specie in astratto – non avessero uguali diritti (e doveri).

Ma torniamo alla nostra storia: quella del Capitano Moro. La sua vita, ancora una volta, ha (purtroppo) punti di contatto con quanto succede, ancora oggi, in molte aree del Sudan: spedizioni di razzìa e di raccolta di schiavi! E’ il settembre del 1832  e il villaggio di Commi (oggi non più esistente sulle mappe) viene attaccato e saccheggiato. Chi si difende – tra cui il capo Bolingia, padre del nostro protagonista – viene spietatamente eliminato; tutti gli altri avviati al mercato degli schiavi.

E il nostro giovanissimo Quetto (che in seguito ricordava avere 6 anni) vede spalancarsi davanti a sé una sorte tremenda: raggiunta Khartum, con una spaventosa marcia di 150 chilometri nel deserto, separato da amici e parenti, la schiavitù è l’unica prospettiva.
Ma il destino ha in serbo per lui disegni che certo il bambino sudanese neppure poteva immaginare. Il Sudan al tempo è sotto controllo egiziano e l’Egitto in quegli anni vive grandi contraddizioni: se da un lato tollera, talora realizza con le sue stesse truppe tali razzie, d’altra parte ha imboccato, sotto la decisa spinta dell’albanese vicerè Mohammed Alì, la via di un rapido progresso e di una decisa occidentalizzazione. I tempi della realizzazione, sia pure per mano di francesi ed italiani, del Canale di Suez sono vicini! E nelle città di questo Egitto, che appare come la porta verso le ricchezze ed i commerci dell’Africa (ai tempi praticamente inesplorata, salvo le coste), accorrono avventurieri ma pure ufficiali, medici, ingegneri da tutta Europa. Mohammed Alì incoraggia tale immigrazione: ha bisogno di soldati per guidare le truppe, di ingegneri per tracciare canali e strade, di medici per curare il suo popolo, di commercianti per attivare traffici lungo il Nilo e nel Mediterraneo.
Così il nostro Quetto ha la fortuna, giunto al Cairo, di essere riscattato dal monferrino Luigi Castagnone, protomedico di Mohammed Alì. Il giovane sudanese inizia così a conoscere l’Italia, ove giungerà nel 1835 al seguito del dottor Maurizio Bussa. Con lui si stabilisce a Felizzano (Alessandria), accolto con curiosità (nel Regno Sardo non era certo cosa di tutti i giorni incontrare un sudanese …) ma pure con simpatia. A 16 anni il Vescovo di Asti in persona lo battezza col nome di Michele Amatore.
Michele è ormai un uomo e si dedica al commercio: ritorna in Egitto col proposito, non tanto segreto, di ricercare chi ha massacrato i suoi: vuole vendetta. Ma la vita italiana lo ha cambiato, rinuncia al proposito. Nel frattempo siamo al 1848, il piccolo Piemonte scende in guerra contro l’Impero d’Austria, pare arrivato il momento dell’Indipendenza della Penisola. Michele non esita: si imbarca per l’Italia ed il 7 agosto si presenta a Torino agli uffici ove si arruolano i volontari per l’Esercito di sua Maestà Sarda. Assegnato immediatamente ai Bersaglieri, grazie alla sua prestanza e vigoria fisica, si mette subito in luce: è decorato e promosso Caporale (a quei tempi decorazioni e promozioni erano più rare e difficili da conquistare rispetto ad oggi!). Tutti sappiamo: le Campagne del 1848-‘49 non saranno propizie, dopo i successi iniziali, alle armi piemontesi ed italiane. Ma Michele oramai ha scelto: la sua vita sarà nell’Esercito, ove è assai apprezzato per l’impeto in combattimento, unito ad un forte spirito di disciplina. E’ promosso Sergente; facile immaginare quale curiosità dovesse sollevare, circa 160 anni orsono, un piumato bersagliere, di pelle scura ..! E siamo al 1859, ci si batte con accanimento e molto sangue a Solferino e San Martino. Come sempre Michele è in prima linea: il suo coraggio e la sua abilità nel condurre all’attacco i Bersaglieri non sfugge agli Ufficiali di Stato Maggiore: il giovane sudanese è promosso sul campo Sottotenente. Già la cosa può incuriosire ma forse oggi si fatica a comprendere quale onore fosse, per quei tempi, passare in 10 anni da soldato semplice ad Ufficiale. Ancora all’epoca della Grande Guerra il fatto era raro. Aggiungiamo che i galloni significavano il titolo di Signore: in qualche modo si entrava nella nobiltà, si aveva accesso a Corte. Eppure, nel Piemonte rigido ed un poco militarista, lontanissimo dalla regione zeppa di immigrati d’oggi, in cui tutti – a proposito e sproposito –parlano di società multietnica, nessuno esita un attimo a nominare Sottotenente il sudanese, ad aprire le porte del privilegiato mondo militare ad un immigrato nero che a stento sa leggere e scrivere e che certo non ha frequentato scuole esclusive ed Accademie Militari prestigiose. E’ coraggioso e buon comandante: tanto basta! La sua carriera militare durerà 32 anni, alla Seconda Guerra d’Indipendenza seguiranno non facili incarichi nell’Italia Meridionale, durante la repressione del brigantaggi” ed il presidio di aree delicate delle Sicilia, ove nel 1869 con i suoi Bersaglieri dovrà pure affrontare una difficile epidemia di colera. La sua azione sarà tanto incisiva da essere insignito della medaglia di Benemerenza Pubblica.

Nel 1863 è promosso Capitano e nel  diverrà Cavaliere della Corona d’Italia e  dei S.S. Maurizio e Lazzaro (antica e prestigiosa decorazione del “vecchio” Piemonte). Tra un impegno e l’altro riesce pure a sposarsi, con la lombarda Rosetta Brambilla, con cui prenderà dimora a Rosignano Monferrato quando nel 1880 lascerà il servizio, pluridecorato, onorato e benvoluto da tutti (persino il Re di Prussia gli ha fatto avere una medaglia).

Il suo ricordo è sempre stato onorato, a Rosignano Monferrato: ben presto l’Associazione Bersaglieri pose una targa. E, per quanto la cosa possa sembrar strana, durante il Fascismo intere scuole furono condotte a rendere omaggio al suo nome: giunsero persino gruppi di bambini somali!
A pensarci bene, specie dopo la conquista dell’Abissinia, la faccenda è meno straordinaria di quanto si creda: Mussolini ci teneva assai ad apparire il portatore della civiltà “romana” in Africa, ove Somali ed Eritrei (per il vero fedeli e validi soldati delle nostre armi coloniali) erano visti come ottimi collaboratori nell’impresa di colonizzare l’Impero. Michele si evidenziava come un esempio perfetto di fraternità italo-africana.

Abbiamo voluto conoscere di persona Rosignano Monferrato e la tomba (morto il 7 giugno 1889) di questo buon soldato del nostro Risorgimento; nella pittoresca cittadina abbiamo incontrato il cordiale Vicesindaco Cesare Chiesa (forse di lontana ascendenza tellina ..?) che ci ha intrattenuto a lungo sulla figura del Capitano Moro. Nel vecchio borgo una strada porta il suo nome e l’ultima sua abitazione è ben conservata; nel cimitero una bella e ben tenuta lapide ne serba memoria, assieme alla moglie lombarda.

Attorno, a perdita d’occhio, le verdi colline monferrine, che certo contrastano assai con quanto Michele Amatore ricordava del Sudan della sua giovinezza. Visitare Rosignano, oltre che permettere di entrare in contatto con questo curioso e straordinario personaggio, può essere pure l’occasione per visitare questa regione, tanto importante per conoscere le vicende del vecchio Piemonte, colli placidamente riposanti e pittoreschi … e dalla cucina particolarmente ricca ed attenta alle tradizioni. Il che non guasta mai!

Clicca QUI per visualizzare l’articolo di Avvenire del 2/12/2010 a cura del Prof. Vittorio Marchis,  docente presso il Politecnico di Torino – Centro Museo e Documentazione Storica .

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