QUANDO A ROSIGNANO SI PRODUCEVA LA CANAPA (CANNABIS SATIVA)

di Maria Melotti

Filare”  e “tessere” sono termini pressoché sconosciuti alle nuove generazioni o tutt’al più legati a qualche reminiscenza squisitamente scolastica. Le stesse parole suscitano invece negli anziani ricordi di tempi lontani, quando la vita era tanto diversa da oggi e le giovani imparavano dalle loro madri i gesti secolari che caratterizzano l’arte del filare, tessere e ricamare.

Preparare il corredo era una vera e propria esigenza e nessuna donna avrebbe rinunciato ad avere lenzuola, federe, asciugamani, camicie, biancheria personale e della casa. L’aspetto più curioso è che molte si attivavano anche per produrre in modo autonomo il materiale di base: la canapa.

La semina della Cannabis sativa (canapa tessile) avveniva comunemente in Aprile, seguendo un antico detto: “Se t’voli aveibunfì,sme-a la canva d’Avrì”(se vuoi avere del buon filo, semina la canapa in Aprile). Molti contadini delle nostre zone, sempre rispettosi di consolidate tradizioni, consideravano la settimana santa il periodo più indicato.

La canapa richiedeva terreni freschi, permeabili, ben lavorati e concimati; quelli più adatti si trovavano in pianura, ma anche in collina era possibile coltivarla con successo nelle fresche zone vallive. In condizioni climatiche favorevoli dopo 7-8 giorni dalla semina avveniva la nascita delle piante e se la terra era stata ben fertilizzata, in poche settimane raggiungeva un’altezza superiore ai 2 metri.

Usanza popolare voleva che la canapa fosse raccolta “dop la tersa rusà d’Agust” (dopo la terza rugiada d’Agosto). Le piante potevano essere tagliate alla base oppure estirpate con tutta la radice. L’estirpazione permetteva di recuperare le radici che, recise dal fusto e fatte essiccare, potevano diventare un ottimo combustibile. Gli steli venivano lasciati al sole estivo per qualche giorno affinchè perdessero le foglie e quindi si riunivano in fasci legati alla base e all’apice privandoli delle cime.

Così preparati andavano alla macerazione, un’operazione indispensabile per staccare le fibre filamentose dalle parti legnose; due erano i modi di praticarla: in acqua stagnante ed in acqua corrente.

Nelle zone collinari, un tempo, erano molto diffuse “al bulli”, piccoli specchi d’acqua che raccoglievano sia acque piovane che sorgive. Il loro utilizzo era molto variegato perché si poteva attingere per bagnare l’orto, irrorare le viti, abbeverare gli animali ed anche macerare la canapa. Per una buona macerazione era necessario legare insieme i fasci realizzando una specie di zattera che doveva essere mantenuta sotto il livello dell’acqua grazie al peso di grossi massi sistemati sopra. Dopo circa una settimana si toglievano dal macero e si procedeva con la lavatura con acqua pulita poiché gli steli macerati erano pieni di sostanze organiche in decomposizione.

A lavatura ultimata i fasci di canapa venivano trasportati nei cortili per l’asciugatura al sole; lasciati legati all’apice e aperti alla base fino a formare dei tronchi di canapa e addossati gli uni agli altri davano vita a una specie di accampamento di capanne indiane.

Raggiunta l’essicazione occorreva proseguire con la separazione del tiglio dal canapule, cioè della fibra grezza dalla parte legnosa dello stelo. Per dare vita all’operazione era necessario disporre della gramola, un attrezzo di legno con il quale battere ripetutamente i mamelli di canapa secca fino a frammentare il canapule, che cadeva a terra in pezzi di varia lunghezza, bianchi e levigati, detti “scanavoi”.

Poiché in passato tutto veniva utilizzato, anche i canapuli trovavano il loro proficuo impiego: infatti i più lunghi venivano usati per il caminetto o la stufa, mentre i più corti, ridotti in pezzi regolari, venivano immersi nello zolfo fuso per produrre zolfanelli casalinghi. I bambini facevano la loro personale scorta di scanavoi perché indispensabili per realizzare le bolle di sapone.

La fibra di canapa ottenuta dalla gramolatura, ancora piena di impurità, veniva sottoposta a scotolatura, cioè un’ulteriore battitura con la scotola, una larga stecca di legno, alla scopo di eliminare i piccoli frammenti legnosi rimasti impigliati nel tiglio.

Tutte queste attività, sicuramente faticose e impegnative, erano svolte in particolar modo dalle donne nelle aie delle case contadine tra una densa polvere biancastra che rendeva difficile la respirazione, ma nessuna avrebbe mai rinunciato ad avere la scorta di “teila d’an cà” (tela fatta in casa).

Il processo di trasformazione prevedeva poi la cardatura, più comunemente chiamata pettinatura, un lavoro che si effettuava con grossi pettini dotati di denti più o meno fitti, ancorati ad un supporto. Ogni manipolo di canapa ancora grezza veniva passato ripetutamente attraverso i pettini in modo tale da ottenere fibra più o meno sottile e pregiata, in diretto rapporto con la più o meno accentuata densità dei denti dei pettini.

Non sempre la pettinatura era eseguita a livello famigliare, molto spesso era affidata a persone che sapevano esercitare quel lavoro specialistico e che possedevano anche gli strumenti idonei.

In un “Quadro generale delle attività” del Comune di Rosignano per l’anno 1857, tra i mercanti al minuto figura una “pettinatrice di canapa”.

La filatura, l’operazione successiva, era riservata esclusivamente alle donne, che vi si dedicavano nel periodo invernale durante le lunghe veglie trascorse nelle stalle, usando attrezzi primordiali come la canocchia e il fuso. Tutte le donne di estrazione popolare sapevano filare, era un’arte che imparavano fin da bambine dalle loro madri, acquisendo la consapevolezza dell’importanza che quella capacità poteva avere nell’ambito della economia familiare. Un antico detto popolare diceva così: “Val più donna filando che cento regnando”.

Con il filo ottenuto si realizzavano matasse che venivano lavate con il sistema dell’ “alsia”, cioè del bucato con cenere e le foglie profumate dell’alloro, per ottenere la sbiancatura.

La tessitura era l’ultima attività del ciclo della canapa ed era praticata da persone che conoscevano l’antica arte del tessere con telai manuali, azionati con il movimento combinato di mani e piedi.

È pensiero comune associare l’arte della tessitura alle donne, forse perché la letteratura classica ha sempre proposto la versione femminile di questo lavoro, in realtà a tessere erano uomini e donne. A Rosignano , nel 1772, si registravano uomini tessitori: “Domenico Cane e Carlo, suo figlio, attendono a fabbricare tela e benissimo con il loro travaglio puonnomantere la famiglia. Stefano Capra, tessitore di tela e lavora in campagna”.

All’identità delle ultime tessitrici rosignanesi è stato possibile risalire grazie alla signora Rita Celoria Degiovanni, classe 1919, i cui ricordi dell’arte del tessere hanno anche connotazioni familiari. La sua mamma, Olimpia Degiovanni, possedeva un telaio che aveva imparato a usare fin da ragazza ma che non serviva per svolgere una vera e propria attività professionale, bensì solo per produrre tela con la quale confezionare abiti, camicie, asciugamani per uso personale. Nel centro del paese, tra il 1925 e il 1935, erano  operanti tre tessitrici: Luigina Cavalli in via Luparia, Modesta Cane in via Trieste e Vincenzina Francia Pagliano in via Volpe. Negli Airali Teresa Sassone non solo lavorava come artigiana, ma come insegnante di tessitura, infatti teneva presso di sé alcune giovani praticanti.

A Rosignano, la fine della seconda guerra mondiale fece registrare, così come in tutto il territorio casalese, la scomparsa delle coltivazioni di canapa e della sua utilizzazione tessile. La sempre più larga diffusione di più pratici manufatti in cotone e la sostanziale affermazione delle fibre sintetiche generarono la convinzione che coltivare la Cannabis sativa fosse ormai diventata un’attività molto impegnativa, ma soprattutto poco remunerativa e come tale da abbandonare a vantaggio di occupazioni ritenute più’ gratificanti.

Il ciclo della canapa attraverso l’Arte

seminatore

La SeminaV. van Gogh “Il seminatore”

 

raccolta

La Raccolta – B. Ballerio “la raccolta della canapa”

 

fasci

I fasci  -  B. Ballerio “La preparazione dei fasci”

 

macerazione

La macerazione – G. Bartoletti “La macerazione”

 

asciugatura

L’asciugatura – Guercino “L’asciugatura dei fasci”

 

granolatura

La gramolatura -  B. Ballerio “La gramolatura”

 

cardatura

La cardatura – “La cardatura”, disegno Ottocentesco

 

filatura

La filatura  -  J. F. Millet  “La filatura”

 

tessitore

La tessitura -  V. van Gogh   “il tessitore”

 

 

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